Capitanata Democratica 3, Referendum: “Un NO per i diritti e la Costituzione”

L’intervento di Gianpaolo Impagnatiello, Professore di procedura civile all’Università di Foggia e presidente del Comitato per il no in provincia di Foggia, per il numero 3 di Capitanata Democratica.

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a esprimerci sulla legge di riforma costituzionale in materia di ordinamento giudiziario, approvata dal Parlamento. La scheda elettorale che ci troveremo nelle mani riporterà il seguente quesito: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”. 

A questa domanda potremo rispondere sì o no. 

Se risponderemo sì, accetteremo – forse senza esserne pienamente consapevoli – la disgregazione di uno dei capisaldi sui quali è costruita la Costituzione e fondato lo Stato di diritto: l’indipendenza della magistratura. La magistratura è il custode dell’osservanza legge e della legalità e, per svolgere il proprio compito, deve essere messa al riparo dai condizionamenti della politica. La Costituzione repubblicana, per reagire allo sfacciato asservimento della magistratura al potere politico che si era avuto durante il ventennio fascista, volle assicurare la separazione tra i poteri e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, costruendo una rete di garanzie che ha nel Consiglio Superiore della Magistratura la propria “pietra angolare”. Oggi questo equilibrio potrebbe rompersi. Se vogliamo un giudice che smetta di applicare la legge con imparzialità; un giudice che sacrifichi i diritti dei cittadini quando questi collidono con i poteri forti; un giudice intimorito, la cui carriera dipende dalla compiacenza e dalla sudditanza; un giudice per il quale la legge non è uguale per tutti; ebbene, se vogliamo tutto questo, il 22 e il 23 marzo votiamo sì. Forse non subito dopo, ma poco alla volta, giorno dopo giorno, dovremo renderci conto di avere approvato una riforma che non migliora il servizio giustizia, non accelera i processi, non rende i giudici più bravi e più giusti, ma una riforma che – come hanno candidamente dichiarato autorevoli esponenti della maggioranza di governo, a cominciare dal Ministro Nordio – servirà solo a impedire che i giudici si “ingeriscano” negli affari e nelle scelte della politica. Il che, tradotto in parole più chiare, significa che gli affari e le scelte della politica, anche quando non saranno conformi alla legge, non potranno essere sindacate e controllate da nessuno, men che meno dalla magistratura. Una riforma che renderà la politica “finalmente” immune, intoccabile, irresponsabile.

Si dice che questa riforma separa le carriere. È un’affermazione che non trova riscontro nel testo della legge costituzionale. Ciò che viene separato è solamente il Consiglio Superiore della Magistratura. Oggi ne esiste uno solo, che si occupa tanto dei magistrati del pubblico ministero, quanto dei magistrati che giudicano; con la riforma, nella miglior tradizione del divide et impera, ce ne saranno due, uno per i requirenti, un altro per i giudicanti, ma la carriera rimarrà immutata. Del resto, la Corte costituzionale ha ribadito più volte che le carriere dei requirenti e dei giudicanti sono regolate dalla legge ordinaria, sicché la loro separazione non richiede alcuna revisione della Carta fondamentale.

Si dice che la separazione degli organi di governo sia direttamente funzionale ad assicurare la parità delle parti nel processo penale accusatorio. In tutta franchezza, non riesco proprio a comprendere come un pubblico ministero autoreferenziale, che dispone della polizia giudiziaria e di risorse pubbliche (al netto delle ultimissime dichiarazioni del Ministro Tajani sul ricollocamento della polizia giudiziaria sotto il potere esecutivo), possa considerarsi “pari” alla difesa dell’imputato. Com’è stato osservato già da altri, se questa riforma incide sulla parità delle parti, lo fa non già realizzandola, bensì indebolendola.

Si dice che questa riforma non tocca l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Non è vero. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura saranno enormemente limitate agendo sulla struttura dei due Consigli Superiori. Come avviene oggi, continueranno a farne parte una quota di componenti di provenienza politica (i cd. membri laici) e una quota di componenti provenienti dalla magistratura (i cd. membri togati), ma con una sostanziale differenza: attualmente i primi vengono eletti dal Parlamento e i secondi dai magistrati; domani i membri laici saranno sorteggiati da una short list votata dal Parlamento, godendo dunque di una forte legittimazione politica, mentre i membri togati verranno sorteggiati tra tutti gli appartenenti alla magistratura, rispettivamente requirente e giudicante, i quali sono migliaia. Il risultato sarà non soltanto un complessivo indebolimento qualitativo della componente togata, ma soprattutto la riduzione dei due CSM a organismi meramente burocratici, del tutto privi di forza rappresentativa. Vorrei solo ricordare che l’art. 104 della Costituzione, che oggi si vorrebbe riscrivere, fu lungamente ponderato dall’Assemblea Costituente, che volle fare del CSM un organo di governo e non già di semplice amministrazione della magistratura, collegato agli altri poteri attraverso la componente laica e gli uffici di presidenza e vicepresidenza.

Si dice che il sorteggio serve a debellare la piaga del correntismo. Sul punto bisogna intendersi. Il correntismo – che ha avuto la sua manifestazione più eclatante nel “sistema Palamara” – è certamente una grave patologia, ma la magistratura è un corpo vivo, della quale fanno parte tante anime. Pretendere di impedire ai magistrati di fare politica associativa e di scegliere da chi farsi governare significa ridurre il CSM a un organo di bassa autogestione. La natura almeno «parzialmente rappresentativa» del CSM è stata affermata anche dalla Corte costituzionale, sicché è per lo meno singolare pensare che la parte più consistente di un organo di rilevanza costituzionale possa essere determinata dal caso. Forse è utile ricordare che, oltre ad amministrare quotidianamente le carriere dei magistrati, il CSM fa sentire la propria voce tutte le volte che la magistratura viene messa sotto attacco dalla politica per indagini o decisioni “sgradite”. Sarà piuttosto difficile che i due CSM “depotenziati” abbiano la forza e l’autorevolezza per continuare a farlo anche in futuro. 

In ogni caso, il richiamo alla deriva correntizia prova troppo. La democrazia soffre mali ben peggiori (dal voto di scambio al finanziamento ai partiti, dalla corruzione dilagante al consociativismo, dalla lottizzazione gestionale al peso delle segreterie dei partiti nella selezione delle candidature, dalle infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni locali alla disaffezione popolare al voto etc.), eppure nessuno ha mai pensato di sorteggiare deputati, senatori, consiglieri regionali, comunali etc.

Da ultima, l’Alta Corte disciplinare. La revisione della responsabilità disciplinare dei magistrati rappresenta il solo tema toccato dalla riforma costituzionale sul quale, se non ci fossero pregiudiziali di carattere metodologico che oggi impediscono ogni possibilità di dibattito, si potrebbe serenamente ragionare. Tuttavia, anche a non voler considerare i dati statistici, i quali rivelano che la sezione disciplinare del CSM è stata ed è tutt’altro che inattiva, l’istituzione di un organo disciplinare separato potrebbe avere un senso logico solo se il CSM restasse quello che è oggi, non anche se i CSM diventassero due e, soprattutto, fossero composti da magistrati sorteggiati. 

In conclusione, si tratta di una riforma che non risolverà neppure uno dei mille gravi problemi che affliggono il nostro sistema giudiziario, e che servirà unicamente alla politica per “tenere a distanza” il giudice e procurarsi una zona franca dal controllo di legalità e dalla soggezione alla legge, come nei tempi più bui della nostra storia.

 

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